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Peter Buckley, ovvero l'importante è partecipare
Venerdì il match d'addio di Peter Buckley, il pugile britannico più perdente del momento. Ma lui non ha rimpianti: "La boxe mi ha dato tanto". Tranquillo si prepara al 300esimo match (e all'ennesima sconfitta?).
AP
Marco Arceri 29/10/2008
A suo modo è un simbolo del pugilato. Peter Buckley, ovvero la faccia perdente della boxe: il volto da prendere a pugni, l’uomo da mandare a tappeto, il pugile contro il quale raccogliere facili vittorie. Venerdì a quasi 40 anni salirà per l’ultima volta nella sua carriera sul ring, sarà il suo match d’addio. Sarà anche il suo 300esimo incontro in carriera, cifra tonda. Se dovesse vincere, cosa che visto il suo curriculum pare tanto improbabile quanto una nevicata in agosto, Buckley concluderebbe la sua carriera con all’attivo 32 vittorie, 12 pareggi e ben 256 sconfitte: il pugile più perdente del mondo, mai nessun altro ha uno score così basso. Tanto basso che più volte la British Board of Control ha pensato di impedire al pugile inglese di salire sul ring. Uno stop coatto però impossibile da imporre, perché nessuno può vietare ad un boxeur in salute di fare il suo lavoro.
Venerdì salirà sul ring contro Matin Mohammed, categoria superpiuma, alla ricerca di una vittoria che gli manca ben dal 2003, quando superò ai punti Joey Viney. In sprezzo al ridicolo Buckley si è continuato a mantenere in forma non lasciandosi sfuggire nessuna occasione, combattendo anche con meno di un’ora di preavviso: “Sono sempre in palestra, così posso dire di sì se mi chiamano. D’altra parte se chiami un muratore per fare il suo lavoro, non è che ti fa aspettare per tre settimane perché si deve preparare…”.
Forse un po’ di preparazione in più gli avrebbe fatto bene, ma il britannico non ha rimpianti: “La boxe è stata buona con me, mi ha dato tanto. Ero un ragazzo difficile, avevo problemi con la polizia: infilando i guantoni ho trovato una ragione di vita”. Fino all’ultimo pugno, Peter, e che stavolta sia quello vincente.
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