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Bush in campo con l'America

Il soccer made in Usa è tra le otto potenze calcistiche. Una storia che nasce dalle follie degli anni '70 fino ad oggi, passando per un tecnico italoamericano: Bruce Arena.

calcio,messico,figo,busa,costarica © Associated Press Marco Arceri 05/08/2003 Dal presidente Bush viene il segnale più netto di quanto il soccer made in Usa stia assumendo importanza nella percezione e affermazione degli americani. “Mi auguro una finale Usa - Senegal”. Ha sentenziato Bush, telefonando al ct Bruce Arena: “In bocca al lupo”. Già prima della vittoriosa sfida con il Messico, Bush aveva telefonato al coach Arena, augurandogli di poter andare avanti il più possibile. Va bene che in guerra tutto diventa importante, ma 10 anni fa il destinatario dei proclami presidenziali sarebbe stato il Dream Team di basket, non gli Arena’s boys .

Il calcio americano risorge, ammesso che sia mai nato, accompagnato dai caroselli che hanno timidamente percorso le strade di alcune città. Il soccer degli anni ’70, investimento dell’industria culturale e mediatica statunitense, fu un fiasco clamoroso, a metà tra una specie di cimitero di elefanti dove fenomeni al capolinea andarono per arrotondare la pensione (Pelé, Beckenbauer), e di prodotto artificiale a cui gli americani continuarono a preferire gli sport tradizionali.

In tre edizioni del Mondiale, da Italia ’90 a Francia ‘98, gli Usa sono sempre stati eliminati al primo turno. Un lontano passato con pizzichi di gloria: una semifinale ai mondiali del ’30 in Uruguay (sconfitti dall’Argentina per 6-1) che però è preistoria, troppo lontana nel tempo per essere considerata.

Da Italia ’90 le cose sono cominciate a cambiare, certo molto lentamente. Il soccer continuava ad essere soffocato da baseball, football, basket ed hockey sul ghiaccio, ma almeno è riuscito piano piano a ritagliarsi un suo spazio come sport prettamente femminile (le statunitensi sono una delle squadre più forti al mondo). Ma gli uomini continuavano ad essere dei semisconosciuti, carneadi che erano noti più per il look particolare (i dreadlocks del veterano Coby Jones, la striscia di capelli alla mohicana di Clint Mathis) che per le doti tecniche.

La superpotenza a stelle e strisce nel calcio si riduceva ad una banda di volenterosi giovanotti scarsamente dotati, vittime predestinate dei latinoamericani che del calcio fanno una religione.
Però, come nel caso degli africani ed ora anche degli asiatici, la frequentazione con i quartieri nobili procura, oltre le inevitabili umiliazioni, anche esperienza che poi finisce per risultare utile. La globalizzazione ha toccato anche lo sport, la crema dei giocatori Usa ha cominciato a viaggiare, ad andare al di fuori dei loro campi sintetici dei college, ad entrare in contatto con mondi più evoluti.

McBride ha fatto esperienza in Germania ed in Inghilterra, ovviamente sempre alle periferie del grande calcio, Donovan a 17 anni fu preso in prova dal Bayer Leverkusen e guarda caso sono i due che lunedì hanno segnato al Messico. Il resto è stato fatto da Bruce Arena, il ct di chiare origini italiane che ha preso in mano gli States dopo il fiasco di Francia ’98 (ultimi a 0 punti, battuti pure dai nemici dell’Iran). Consapevole di avere tra le mani nulla di trascendentale, Arena ha applicato il tipico buon senso italiano che evidentemente porta nel Dna: se la tecnica non è il punto forte, insistere sulla velocità degli incursori Donovan, Stewart e Beasley, sull’organizzazione tattica, sull’applicazione del gruppo.

Pressing, corsa (con i maratoneti Mastroeni ed O’Brien), grinta sono state le armi con cui gli americani hanno irretito prima i presuntuosi portoghesi e poi i leziosi messicani, in una sfida che aveva anche un’implicazione politica, vista la tensione che corre tra i due governi per la questione dell’immigrazione messicana.

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