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Bye Bye Babe

Con 715 fuoricampo Barry Bonds supera Babe Ruth ed è secondo di tutti i tempi. I numeri contano, certo, ma quanto?

sport,baseball,stati uniti,2006,bonds AP Gabriele D'Urbano 01/06/2006 Il terzo millennio è iniziato da 6 anni, 5 mesi e 28 giorni. Il sole che sbatte sulla Baia di San Francisco apre uno squarcio d’estate sul diamante dell’AT&T Park. Quarto inning, sul monte di lancio il sudcoreano Byung-Hyn Kim si sente gridare dall’arbitro di casa base “full count”. Tre ball e due strike sul conto di quel signore oltre la quarantina che se ne sta lì, sul piatto di battuta. Stretto in una divisa bianca, nelle protezioni in plastica rinforzata sui lati del corpo esposti al pitcher avversario, nel casco che all’altezza della nuca rasata porta il suo cognome. Bonds.

Mani calde, nei guanti. Neoprene, materiali compositi e palmo da ‘max-grip’. Le birre, invece, scorrono a fiumi a 4 biglietti verdi la pinta. Fa caldo. Andrew Morbitzer, 38 anni, tifoso di San Francisco da una vita, scende nel ventre delle tribune per farsene una. Forse il colpo secco della mazza, a 135 metri dalla costosissima platea della Home Plate, non lo sente neanche. Ma il delirio sì, quello è fortissimo. “Mentre andavo giù ho sentito il boato. Ho guardato in alto, tutti si sporgevano nel vuoto. L’ho presa io, poi intelligentemente quelli della polizia di San Francisco sono arrivati e mi hanno portato via”.

Parla della pallina. La Pallina. Quella del fuoricampo numero 715 di Barry Bonds, del sorpasso a Babe Ruth, del countdown a -40 dal record di tutti i tempi di Hank Aaron. Quella che all’asta, presto o tardi, sistemerà la famiglia Morbitzer per un paio di generazioni. Perché per i collezionisti certi cimeli valgono solamente per quello che sono. Pezzi di una storia fatta di numeri, date e statistiche, di nomi e cognomi, di inseguimenti e sorpassi, di paragoni impossibili. Per gli appassionati, per i tifosi, per i media e per chi ogni tanto butta un occhio anche all’etica – volendo scomodare le parole che pesano – non è la stessa cosa.

Soprattutto stavolta. Perché il traguardo raggiunto da Bonds non equivale ad un semplice +1 rispetto a George Herman ‘Babe’ Ruth. La preistoria sportiva degli Anni Ruggenti ci ha lasciato l’immagine di un signore rotondetto, capelli tirati e in ordine e aspetto da impiegato di banca. Di certo non il sex symbol che fece perdere la testa a Marylin Monroe. Joe di Maggio. Sicuramente non l’afroamericano magrolino e scattante, baffi arruffati e mani di rara sensibilità, che a tre quarti di carriera decise di prendere le sembianze di Mister Universo. Barry Bonds.

Ruth era talento puro, era sicurezza nei propri mezzi infiniti. Era il simbolo di un’epoca in cui potevi essere allo stesso tempo un grande lanciatore ed uno ‘slugger’ senza pietà. Il ventesimo secolo è iniziato da un pezzo. Trentadue anni per l’esattezza. Primo di ottobre, Gara 3 delle World Series. Su Chicago, ovviamente, il vento fa quello che vuole e agita una bandiera a stelle e strisce che campeggia su Wrigley Field. Il ‘ballpark’ più amato d’America, dove i Cubs debuttano in casa nelle finali del campionato dopo aver perso allo Yankee Stadium i primi due round.

Quinto inning, sul monte di lancio c’è il mancino Charlie Root. Sul conto di Ruth ci sono 2 strike e 2 ball. Il pubblico di Chicago sente che l’eliminazione del Bambino è vicina. Dalle tribune si alzano voci irriverenti nei confronti del Sultano. Che risponde con un solo gesto, indicando quella bandiera americana. Palla curva, il rumore della mazza lo sentono tutti. Fuoricampo, lì dove Ruth aveva puntato l’indice. ‘The Called Shot’, forse la giocata più famosa e discussa nella storia del baseball. Ed è storia, per tutti. Con tanto di foto sbiadite, filmati e testimonianze di chi, quel giorno, era lì.

Perché l’America, da Paese giovane qual è, la sua storia e i suoi miti li ha costruiti così. Partendo in buona parte dallo sport e dalla sua galleria di immortali. Campioni senza tempo, in grado di condizionare anche quello che è stato dopo il loro saluto all’aldiquà. Quando il 3 gennaio 1920 Ruth fu ceduto dai Boston Red Sox ai New York Yankees per 125mila dollari la polarità del pianeta baseball fu invertita di colpo. Caso, volontà del destino, carisma di un solo uomo. Non si sa, ed è bello anche non starsi a fare troppe domande.

Certo è che che i Red Sox le World Series tornarono a vincerle solamente a 86 anni dopo la stipula di quel contratto, mentre la squadra del Bronx, con Babe, cambiò volto passando da eterna perdente a simbolo stesso dello sport americano. La ‘maledizione del Bambino’ si spezzò nella finale della American League del 2004. Con i Red Sox sull'orlo del baratro, sconfitti nelle prime tre partite e sotto di 4-3 nella seconda metà del nono ed ultimo inning, il vento decise di cambiare. Il pareggio realizzato su 'Mr.Closer', Mariano Rivera, poi il fuoricampo vincente di 'Big Papi', David Ortiz e la miccia accesa ad una delle rimonte più incredibili e drammatiche nella storia dello sport.

Le World Series contro i St.Louis Cardinals di Alex Pujols, sulle ali dell'entusiasmo, furono una formalità. Quattro a zero e “bye bye Babe”. Di storie simili ce ne sono a centinaia, soprattutto nel baseball. Il greco Vasili Sianis chiude la sua taverna di Chicago e prende due biglietti da 7 dollari e 20 per Gara 4 delle World Series del 1945 tra i suoi Cubs e i Detroit Tigers. Il primo biglietto è per lui, l'altro per il suo capretto. I cancelli di Wrigley Field si aprono per entrambi, ma Sianis e Murphy vengono allontanati dalle tribune prima della fine della partita per il cattivo odore dell'animale. L'anatema sul posto - "i Cubs non vinceranno mai più le World Series" - poi dalla Grecia una cartolina beffarda dopo il trionfo dei Tigers nella serie per il titolo: "Chi è che puzza ora?".

E negli intrecci infiniti di questo sport proprio quel Pujols dei Cardinals, in questi giorni, con una pioggia di fuoricampo è riuscito ad eclissare il sorpasso di Bonds in ogni angolo d’America che non si chiami San Francisco. Perché il traguardo raggiunto dall’esterno dei Giants, si diceva, non è un semplice +1 su Ruth. Lo scandalo Balco, le invidie venate di paranoie razziste nei confronti del bianco Mark McGwire che portarono SuperBarry alle pratiche illecite, lo spergiuro di fronte alle autorità federali, il libro-scandalo dei due cronisti del San Francisco Chronicle. E la prova vivente che è il corpo stesso di Bonds.

Tutto lascia pochissimi dubbi. “Non so se gli steroidi possano aiutare nel baseball. Non ci credo e basta”, disse Bonds all’inizio del 2005. “Non credo che gli steroidi possano migliorare la coordinazione tra l’occhio e la mano e la tecnica nel colpire la palla”. Robert Adar, in un libro sulla fisica applicata al baseball, ha scritto che V = k sqrt (M/(m+M/81)). Un modo parecchio complesso per spiegare una verità ancora più semplice. Il peso dell’atleta, la sua forza e la sua massa influiscono direttamente sul numero dei fuoricampo.  Tanto che a dare retta a Espn il Bonds-totale, al netto della cura-Balco, sarebbe di 616. Ma a contare, in attesa dei risultati dell’indagine lanciata dalla lega sullo scandalo steroidi, sono i fatti. Bonds, ora, punta dritto ai 755 home run di Aaaron, il ‘Martello’. Dicono sia impossibile, perché a 41 anni Barry non può più permettersi certi ritmi. Chi vivrà, vedrà.

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