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La fine di un'epoca
Le vittorie, i dieci titoli mondiali e ora il ritiro: il re del Motocross abdica. Intervista a Stefan Everts.
AP
Tony Resanna 28/11/2006
Dieci titoli mondiali, 101 vittorie, unico pilota al mondo ad aver conquistato nella stesa giornata tre vittorie di manche in tre diverse categorie. Nessuno nella storia del motorismo moderno ha vinto tanto, nemmeno due mostri sacri come Valentino Rossi e Michael Schumacher, eppure per molti Stefan Everts resta un emerito sconosciuto.Trentaquattro anni, belga, Everts è il re indiscusso del Motocross mondiale o meglio sarebbe dire “era” perché quest’anno al termine dell’ennesima cavalcata trionfale ha deciso di ritirarsi.
“Mi considero un uomo molto fortunato, ho avuto tanto dalla vita e dal Motocross, ma per me è davvero arrivato il momento di smettere. Ho vinto tutto quello che c’era da vincere, ho battuto ogni record, andare avanti ancora non avrebbe davvero senso. Resterò comunque nell’ambiente come direttore sportivo della KTM, ma con le corse ho chiuso. Mi dedicherò alla mia famiglia e cercherò di spendere un po’ dei soldi che ho guadagnato in questi anni”.
Come ci si sente ad essere il miglior crossista di tutti i tempi?
“Negherei se dicessi che la cosa mi lascia indifferente, è davvero una gran bella sensazione. Sono cresciuto in quest’ambiente seguendo mio padre (anche lui quattro volte campione del mondo a cavallo degli anni ’70 e ’80, ndr), il mio sogno fin da piccolo quindi è sempre stato quello di diventare un campione e a questo punto direi proprio di esserci riuscito”.
Hai vinto più Mondiali di Michael Schumacher e Valentino Rossi, eppure la loro popolarità e i loro guadagni sono cento, mille volte superiori ai tuoi. Che effetto ti fa?
“Magari la cosa riguardasse solo Schumacher e Rossi. Il problema è che ci sono decine di migliaia di atleti di altre discipline che godono di maggior popolarità pur non avendo vinto quasi niente. Basta pensare a due terzi dei calciatori europei, oppure a piloti che pur non avendo mai vinto nemmeno una gara in Formula 1 o nel Motomondiale, in un anno guadagnano quanto io in una vita. Fino a qualche anno fa la cosa mi dava davvero fastidio, non riuscivo ad accettare l’idea. Poi però me ne sono fatto una ragione".
"Il mio è uno sport di nicchia, snobbato dai grandi media, quindi è ovvio che mi conoscano in pochi e che soprattutto girino pochi soldi. Per fortuna ultimamente le cose stanno un po’ cambiando, ma non credo che arriveremo mai a grandi livelli. Ho imparato ad apprezzare le piccole cose. Preferisco l’abbraccio di dieci appassionati che pur di seguirmi fino in Sud Africa si prendono le ferie, e magari spendendo i risparmi per le vacanze, piuttosto che vedere tribune affollate di gente solo grazie ai soldi dei grandi sponsor. Non ce l’ho con gli atleti, loro fanno benissimo a comportarsi così, la colpa è soprattutto dei media internazionali che decidono quali sport devono diventare importanti e quali invece no".
Qual'è il ricordo più bello della tua carriera?
"Ce ne sono tanti, ma se proprio devo sceglierne uno, beh allora direi la tripletta di Hernè. E' stata una giornata magica. In meno di due ore ho corso e vinto tre gare in tre classi diverse (125, 350 e 500),non so nemmeno io come ho fatto a reggere lo stress e la fatica. Ero in uno stato di grazie incredibile. Non credo che nessuno potrà mai ripetere un'impresa simile".
Parlando della tua vita privata invece che tipo sei fuori dalle piste?
"Un tipo decisamente normale. Mi piace ascoltare musica e soprattutto stare con la mia famiglia, la mia compagna Kelly e mio figlio Liam. Adesso Liam ha tre anni ed è molto affascinato dalle moto da cross. A settembre, per gioco, la Yamaha ha deciso di metterlo sotto contratto. L’accordo prevede la fornitura di una moto e un euro di ingaggio fino a quando compirà otto anni. I giornali di tutto il mondo (in Italia la Gazzetta dello Sport ha pubblicato la notizia in prima pagina, ndr) hanno dato più risalto a questa vicenda che al mio decimo Mondiale. In ogni caso non so se diventerà un pilota. Io non gli metterò addosso nessuna pressione, dovrà decidere lui. Certo però che se è vero che buon sangue non mente, allora la dinastia degli Everts potrebbe davvero continuare".
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