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Il piccolo maratoneta

In giro per il mondo alla ricerca di storie interessanti, ma anche stravaganti, legate al mondo dello sport.

sport,atletica,2006,news dal mondo,maratona AP Brian Stefen Paul 04/05/2006 Marathon Boy 

Buddhia Singh, il bambino prodigio della maratona, è letteralmente corso nel Limca dei Primati coprendo la distanza di 65 km in 7h02’, anche se non è riuscito a centrare l’obbiettivo dei 70 km. (2 maggio 2006, Indiatimes, quotidiano indiano)

Il piccolo di cinque anni ha corso dal tempio di Puri Jagannath a Bhubaneswar, sfidando il caldo e l’umidità. “Ha completato con successo una distanza di 65 km in 7h02’ e il suo nome comparirà nell’edizione del 2007” ha dichiarato Amreen Toor, Vice Direttore di redazione del Limca dei Primati, la risposta indiana all’occidentale Guinness. Buddhia si è messo in marcia di buon ora (intorno alle 4 del mattino) e ha finito la sua corsa qualche minuto dopo le 11 (con una velocita di 10 Km/h circa). Al momento la temperatura si aggirava sui  35 °C  e l’umidità fluttuava tra il 45 e il 95%.

Ad attenderlo una nutrita folla, che gli ha offerto ghirlande e fiori. Il bambino poi, vittima di sintomi di esaurimento, è stato portato in un’ambulanza per effettuare dei controlli. Secondo alcuni medici e anche Biranchi Das, il suo mentore, Buddhia non è riuscito a coprire i 70 km inizialmente previsti a causa dei disturbi frequenti dei curiosi che si erano piazzanti lungo la strada. “Hanno disturbato il suo ritmo” ha infatti dichiarato Das, che il 15 maggio prossimo accompagnerà il suo pupillo a Londra per incontrare i maratoneti più famosi del mondo, tra cui Fauja Singh, il nonno terribile della specialità. Nella sua breve vita, Buddhia ha già preso parte alla mezza-maratona di Delhi e alle maratone di Chennai e Visakhapatnam, guadagnandosi l’appellativo di “Marathon Boy”.

Nato nella zona di Goutam Nagar, un quartiere povero di Bhubaneswar, capitale dello stato di Orissa, situata a 440 chilometri a sud-ovest di Calcutta, Buddhia aveva appena un anno quando la madre rimasta sola dopo la morte del padre lo ha venduto a un uomo per 800 rupie, circa 20 euro. Qualche giorno dopo Biranchi Das, segretario dell’associazione judo di Orissa, lo ha notato e riscattato. “Sono intervenuto e ho portato il ragazzo al centro di judo”. La strabiliante resistenza del bambino è stata scoperta solo in un secondo momento.

Continua Das: “Una volta l’ho trovato che urlava parolacce a un altro bambino e per punirlo gli ho ordinato di fare qualche giro intorno alla palestra. L’ho lasciato per sbrigare delle faccende per tornare solo dopo cinque ore. Al mio rientro fui scioccato a trovarlo che ancora correva senza il minimo segno di stanchezza”. Tuttavia molti, tra cui il Comitato di Assistenza Infantile di Orissa, accusano Das di sfruttamento del bambino a scopo di lucro. Buddhia però si dice felice di correre incessantemente: “Durante i miei allenamenti di 10 ore non provo dolore; anzi mi diverto”.

 


Nel nome della madre


Dakoda Dowd è la golfista più forte della classe che si diplomerà nel 2011; in altre parole ha soli 13 anni. (29 aprile 2006, ABC News, sito online del network televisivo statunitense).

Questo weekend, mentre la maggior parte delle sue coetanee se ne stava a casa a giocare con le bambole, Dakoda ha partecipato per la prima volta a una prova del LPGA Tour, una conquista che la madre Kelly Jo, malata terminale di cancro, ha rischiato di non vedere. Questo perché quattro anni fa le fu diagnosticato un tumore al seno. L’anno scorso, dopo una doppia mastectomia e l’illusione di aver sconfitto il male, arrivò la notizia della metastasi al fegato e alle ossa. Sembrava una condanna, secondo i medici l’ex modella aveva i giorni contati: “Ero distrutta, non sapevo cosa fare. Poi mi è bastato guardare mia figlia negli occhi per capire che dovevo combattere per lei. Non ho messo alla luce una figlia per non esserci mentre cresceva e di certo non ho dato vita a una campionessa per non poterla vedere all’opera”.

Il sogno di Kelly Jo era quello di vedere Dakoda, che ha impugnato per la prima volta la mazza all’età di 4 anni e mezzo, giocare tra le professioniste. Quando gli organizzatori del Ginn Clubs and Resorts Open lo vennero a sapere non hanno esitato ad esaudire il desiderio della donna malata e hanno invitato la tredicenne a partecipare alla prova. Secondo il padre Michael, per Dakoda “il golf è stato sempre una via di fuga. Ed ora rappresenta una via di fuga per tutta la famiglia”.

Kelly Jo sa di non avere molte speranze ma continuerà ad affrontare la lotta quotidiana per la vita perché ci sono ancora molte cose che vuole condividere con la figlia: “Voglio vederla andare al primo ballo, aiutarla a scegliere l’abito e aiutarla a truccarsi. Voglio vederla sposarsi e avere figli, voglio essere una brava nonna”. Per la cronaca, la giovane non è riuscita a superare il taglio e la prova è stata dominata dalla coreana Mi Hyun Kimma, (classe 1977) ma ha avuto il premio più bello: il sorriso di Kelly Jo.

 


Un pugno ai pregiudizi


Riham Agabaria ha un gancio sinistro che vi può stendere. Mentre si allena  nella sua città nel nord d’Israele, la timida 15enne fa partire un colpo che sposta il tradizionale copricapo islamico dell’avversaria, la sorella più giovane Fatma, che è costretta a correre nello spogliatoio per sistemare il proprio hijab. (30 aprile 2006, Chicago Sun-Times, quotidiano statunitense). 

“Consiglio a tutte le ragazze di provare il pugilato” dice Riham “da confidenza e insegna l’autodifesa”. L’hobby inusuale delle sorelle Agabaria ha indicato un nuovo sentiero per le ragazze musulmane d’Israele e ha acceso un dibattito in seno alla società islamica del paese. Anche se, come fanno notare gli esperti in materia, nulla vieta esplicitamente alle donne di praticare uno sport come il pugilato, la maggior parte dei 40000 abitanti della città era piuttosto scettica quando Toufiq Agabaria ha iniziato ad allenare le figlie e, cosa ancora più incomprensibile, gli ha permesso di sfidare ragazzi. Ma Toufiq Agabaria, ex campione d’Israele non ci vede nulla di male: “Lo sport è una cosa e la religione un’altra. Finché il pugilato non va contro i precetti islamici credo sia una cosa positiva”.

Le sorelle Agabaria sono campionesse nazionali nelle rispettive categorie, anche se i loro titoli sono offuscati dal numero piuttosto scarso delle avversarie: la Federazione Israeliana Pugilato conta solo 25 donne tra i suoi 2000 iscritti . È per questo che Riham e Fatma sono costrette a sfidare i ragazzi. Secondo Toufiq poi, il pugilato non lede la fede o la dignità delle figlie, anzi il Corano è pieno di storie di donne combattenti tra cui una con la mogie del Profeta Maometto.

Anche Ibrahim Sarsoor, un’autorità in materia la pensa allo stesso modo: “L’Islam non fa differenze tra uomini e donne, ma quando si tratta di uomini insieme a donne la cosa diventa inaccettabile”. Quando si battono, le figlie di Toufiq sono infatti coperte dalla testa ai piedi e hanno contatti fisici con i ragazzi solo sotto l’occhio vigile del padre: “Non gli permetto di camminare con ragazzi e quando sono sul ring le tengo sotto stretta sorveglianza”.

 


Doping di stato, nulla di fatto


La DLV, la federazione tedesca di atletica leggera, ha fatto sapere lunedì che era impossibile cancellare i record controversi stabiliti dagli atleti che avevano fatto parte del programma di doping di stato praticato dall’ex Germania Est. (1 maggio 2006, Independent Online, sito del quotidiano sudafricano).

“Come ci hanno detto i nostri esperti, dal punto di vista legale è impossibile procedere alla cancellazione di questi primati” ha dichiarato Clemens Prokop, presidente della DLV. La controversia era nata l’ottobre scorso, dopo che Ines Geipel, una velocista che aveva corso per la DDR, aveva chiesto che il suo nome fosse rimosso dall’archivio dei record. Questo perché l’atleta si riteneva vittima del doping di stato praticato dalla vecchia Germania Est negli anni '70 e '80. Dopo la riunificazione del 1990, fu istituita una commissione d’inchiesta per esaminare le attività degli scienziati della DDR, che ha stabilito che praticamente tutti gli atleti di punta, volenti o nolenti, avevano fatto parte del programma controverso.

 


Professione avventuriero


A quasi 100 anni da quando gli esploratori hanno raggiunto per la prima volta il Polo Nord e il Polo Sud, il norvegese Boerge Ousland crede di essersi ritagliato un posto nell’albo d’oro delle esplorazioni polari. (2 maggio 2006, Reuters, agenzia di stampa inglese).

Nel 1911, il suo compatriota Roald Amundsen fu il primo a conquistare il Polo Sud, battendo la concorrenza dell’inglese Robert Falcon Scott che perse la vita insieme al suo gruppo durante il viaggio di ritorno. Lo statunitense Robert Peary ha invece sostenuto di aver raggiunto per primo il Polo Nord nel 1909. La generazione di Ousland, invece, fa le cose in modo diverso: viaggia velocemente attraversando l’Artide e l’Antartide, in solitaria o in piccoli gruppi, portandosi dietro lo stretto necessario per sopravvivere per pochi mesi senza supporto. E Ousland, un veterano dall’esperienza ventennale, è probabilmente il migliore. “Sarà difficile eguagliare il mio record, se mai verrà fatto” ha dichiarato all’agenzia Reuters dalla sua casa di Oslo.

L’esploratore 43enne era appena rientrato dopo l’ennesima “prima”. Questa volta lui e il sudafricano Mike Horn sono stati i primi a sciare al polo Nord durante l’invero, un viaggio che nessuno aveva intrapreso prima. “La gente diceva che era impossibile. Troppo difficile, troppo freddo, troppo buio”. I due hanno raggiunto il Polo Nord il 23 marzo scorso, dopo 61 giorni di dure fatiche, trainando nel ghiaccio e nell’acqua, in condizioni di estrema oscurità, le loro slitte del peso di 155 kg per qualcosa come 1000 km a -35 °C. “È una delle cose più grandi che ho fatto. Crea un nuovo capitolo nei viaggi artici” ha aggiunto il protagonista.

In realtà Ousland ha fatto tantissime cose: nel 1990, fu membro di un gruppo che ha raggiunto il Polo Nord con gli sci e senza supporto, quattro anni più tardi fu il primo ad attraversare in solitaria il Polo Nord, nel 1996/97 fu invece il primo ad attraversare in solitaria sugli sci l’Antartide, battendo il britannico Ranulph Fiennes. Nel 2001, sempre in solitaria è stato protagonista dell’attraversamento dell’Artico dalla Siberia al Canada via Polo Nord.  Nel 2003 infine, ha scalato l’Everest fino a 8750 m.

Ma nemmeno il suo compagno di viaggio Mike Horn è un pivello: nel 1999 il 40enne sudafricano ha circumnavigato senza mezzi meccanici il mondo lungo l’Equatore (40000 chilometri) e nel 2004 è diventato il primo uomo a effettuare la circumnavigazione del circolo polare artico in solitaria: un’impresa di 20000 km percorsi a piedi, in barca a vela, con gli sci e il kayak, iniziata il 4 agosto 2002 da Capo Nord in Norvegia e conclusasi sempre nello stesso posto alle 12.00 ore locali del 21 ottobre 2004, dopo 27 mesi di fatiche.  

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