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Febbre Mondiale

In giro per il mondo alla ricerca di storie interessanti e stravaganti, Sportnews.it respira aria di mondiale.

sport,calcio,2006,news dal mondo,ronaldhino AP Brian Stefen Paul 01/06/2006 Cannonieri di pace

Mentre l’Arsenal perdeva la finale di Champions League contro il Barcellona, sulle colline della Galilea intorno a Karmiel risuonavano le grida tra Ebrei e Arabi – nel nome della coesistenza. (25 maggio 2006, The Jerusalem Post, quotidiano israeliano). 

Otto squadre miste di 14enni ebrei ed arabi hanno partecipato a un torneo di calcio che voleva gettare le basi sui cui costruire ponti tra le due comunità. Tutte le formazioni portavano la stessa casacca, anche se di colori diversi, con un grosso cannone, emblema per l’appunto dell’Arsenal, squadra chiamata anche i Gunners. I giovani Gunners della Galilea fanno parte di un progetto sponsorizzato del club di Londra che porta avanti simili iniziative anche in Gran Bretagna e in paesi come la Nigeria, la Thailandia, il Sudafrica, l’Egitto, la Bosnia e l’Ucraina.

Il torneo è stato organizzato da Shalom Liav, un allenatore della Galilea, sul campo di Nahaf, un villaggio musulmano di 10.000 abitanti appoggiato sulle colline sopra Karmiel. Il coinvolgimento dell’Arsenal nella regione di  Misgav risale a quando Alan Sefton, il manager ebreo dei Gunners, ha visitato la zona organizzando partite di calcio tra giovani ebrei e beduini. Da allora, otto comunità israeliane ed arabe – insieme alla città mista di Akko – hanno aderito al progetto della Galilea che ora comprende circa 150 giovani. Arsene Wenger incontrerà 16 di loro (otto ebrei e otto arabi) che sono stati scelti per formare il Team Galilea nel festival Internazionale di Calcio dell’Arsenal, che avrà luogo in estate al Royal Holloway College nel Berkshire.

Il torneo della scorsa settimana ha riscosso l’attenzione di molti tifosi di tutte le età e suscitato grandi passioni, tra cui le immancabili recriminazioni arbitrali. Amin Salach, un druso di Kfar Samia che rappresentava l’autorità sportiva nazionale non ha nascosto il suo entusiasmo: “Penso a quanto si potrebbe fare se questo progetto si dovesse diffondere e comprendere giovani di tutte le religioni,  musulmani, drusi, cristiani ed ebrei”. Per la cronaca, la squadra miste di Akka ha battuto in finale quella di Karmiel-Nahaf ai rigori. Ma in realtà, chi ha vinto è la pace.

 

Tifosi nottambuli

A due sole settimane dal fischio d’inizio, la febbre da Coppa del Mondo ha già contagiato il paese. Alcune catene di ristoranti hanno affisso manifesti delle nazionali che partecipano e hanno promesso di rimanere aperte fino all’alba per seguire le partite. Boom delle vendite di apparecchi televisivi. (28 maggio 2006, Borneo Bulletin, quotidiano del Brunei).

I Mondiali di Germania sono attesi con impazienza dai tifosi  di ogni angolo del pianeta. Questa notizia viene addirittura dal Brunei. Nel piccolo paese di circa 350.000 abitanti tra l’Indonesia e il Borneo malese si respira già aria di calcio: gli esercizi commerciali sono stati addobbati a tema e grandi manifesti appaiono sulle facciate degli edifici. Le autorità hanno distribuito volantini per mettere in guardia gli autisti al rientro a casa dopo le partite. Questo perché gli  incontri verranno trasmessi a partire dalle 8.30 del mattino fino alle 5.00 dell’alba. Per soddisfare le esigenze dei propri clienti molti esercizi, soprattutto ristoranti e pub, hanno deciso di estendere gli orari di apertura. Ai tifosi nottambuli verranno offerti menu speciali e sconti. Infine, è stato registrato un boom nelle vendite di apparecchi Tv al plasma. 



Il calcio che riunifica

La febbre dei Mondiali sembra aver contagiato la Corea del Nord. Il Ministero della Riunificazione ha comunicato martedì che le autorità di Pyongyang hanno chiesto al governo sudcoreano assistenza per la trasmissione delle partite della Coppa del Mondo.
(30 maggio 2006, The Korea Times, quotidiano sudcoreano).

A rivelarlo Yang Chang-seok, portavoce del ministero, che ha spiegato che la Commissione Centrale per le Telecomunicazioni della Corea del Nord ha fatto richiesta ufficiale alla Commissione per le Telecomunicazioni della Corea del Sud (CTCS) verso la fine dell’aprile scorso. Secondo Yang, il governo di Seul sta seriamente valutando la richiesta per promuovere gli scambi televisivi tra le due Coree. Kim Jae-chul, direttore del dipartimento affari esterni della CTCS non ha voluto sbilanciarsi e si è limitato a un commento laconico: “Possiamo solo dire che in questo momento stiamo discutendo la questione con gli enti interessati; non è quindi il momento di parlare dell’argomento. Tuttavia, qualora le trasmissioni venissero autorizzate, non vi sono problemi tecnici per la diffusione al Nord”.

Per la Corea questa e la prima richiesta di trasmissioni dal vivo della partite dei Mondiali. In passato la CTCS aveva ricevuto richieste simili per altre manifestazioni sportive internazionali come l’Universiade di Taegu 2003, i Giochi Estivi di Atene 2004 e il Campionato di Calcio della Federazione Est-asiatica che si è tenuto lo scorso anno in Corea del Sud. Non è, tuttavia, il primo tentativo del regime di Pyongyang di mandare in onda le partite dei Mondiali. Già nel 2002, durante la Coppa del Mondo di Giappone e Corea del Sud, la TV Centrale di Chosun aveva trasmesso in differita alcune partite tra cui la gara di apertura tra Francia e Senegal e gli impegni della Corea del Sud.

 

Diritto allo studio, no, diritto al calcio

Studenti dell’Università del Bangladesh hanno saccheggiato il proprio dormitorio e bruciato mobili per convincere gli ufficiali a comprare due nuovi televisori per la Coppa del Mondo.
(30 maggio 2006, Reuters, agenzia di stampa inglese).

Dopo il diritto allo studio ecco che si manifesta per il diritto al calcio: secondo i dirigenti del dormitorio in questione, che ospita 2.500 studenti, gli universitari hanno bruciato due apparecchi televisivi rotti. “Una protesta perché le autorità non hanno accolto le nostre richieste per l’acquisto di nuovi apparecchi”. Ciascuno degli altri 15 dormitori dell’università di Dhaka University, la più grande del paese, è dotato di due apparecchi televisivi. Intanto 7.000 studenti hanno inscenato proteste per fermare la sessione di esami che la Facoltà d’Ingegneria e Tecnologia aveva fissato dal 3 al 29 giugno, periodo in cui va appunto in scena il mondiale tedesco.





Siamo tutti una framiglia

Quando si tratta di Coppa del Mondo, israeliani e palestinesi sono pienamente d’accordo. Il prezzo per seguire le partite in TV è troppo alto.
 (31 maggio 2006, Associated Press, agenzia di stampa statunitense).

In una regione dove il calcio è sacro, i tifosi di entrambe le parti stanno facendo di tutto per evitare i conti salatissimi degli abbonamenti. Per dirla con le parole di Raed Othman, un dirigente di un canale palestinese: “Nel calcio non c’è conflitto”. I palestinesi, per evitare di versare qualcosa come 600 $ al canale satellitare saudita ART che ne detiene i diritti, intendono seguire le partite su trasmissioni pirata o in esercizi commerciali, quali caffetterie e pub, mentre gli israeliani hanno messo in atto una vera e propria ribellione dei consumatori che ha portato a un’inchiesta parlamentare e all’abbassamento dei prezzi. 

Anche se le rispettive nazionali non si sono qualificate ai Mondiali, i tifosi sono tutt’altro che disinteressati alla manifestazione: lo dimostrano i souvenir sugli scaffali dei negozi e le bandiere sui balconi. Come poi ha ricordato il quotidiano Haaretz pubblicando dei fumetti, durante l’ultima edizione di Coppa del Mondo Israele ha fermato le operazioni militari in Cisgiordania per permettere ai palestinesi di seguire le partite. Una vignetta poi mostra alcuni israeliani che si arrampicano sul muro che separa le due comunità per vedere gratuitamente le partite con un contadino palestinese. Uno di loro dice: “Siamo tutti una famiglia”.  

I palestinesi sperano di poter seguire le partite sulle piccole emittenti locali della Cisgiordania o della Striscia di Gaza, che ce la stanno mettendo tutta per riuscire a trasmettere, legalmente o illegalmente, i Mondiali in chiaro. Se non riusciranno a trovare l’accordo con l’ART, intendono comprare un singolo abbonamento e mandare comunque in onda gli incontri. Lo conferma Salim Sweidan, direttore del canale di Nablus: “Abbiamo cercato di comprare una licenza ma loro si sono rifiutati. L’unica cosa che ci rimane è trasmettere illegalmente”. In ogni caso sembra che l’ART non intenda perseguire legalmente le emittenti ribelli, sia per l’esiguità del mercato che per solidarietà con la causa palestinese. 

Diverso il discorso per gli israeliani, che per principio ritengono che i circa 110 $ richiesti dalle TV via cavo e satellitari sono eccessivi. Durante tutto il mese del torneo verranno trasmesse in chiaro solo dodici partite. Il sito sportive One ha lanciato una petizione contro i costi dei pacchetti televisivi raccogliendo più di 176.000 firme, mentre il Parlamento ha creato una commissione d’inchiesta per valutare la questione. Le pressioni hanno già fatto breccia presso il provider via cavo HOT, che martedì ha abbassato il costo dell’abbonamento a 69 $, offrendo anche altri incentivi per abbassare ulteriormente il prezzo. Mossa che anche la TV satellitare Yes dovrebbe fare nei prossimi giorni.

 

 

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