Non solo Open di Agassi. La biografia sportiva del ‘Palpa’ è una storia di riscatto

Biografia sportiva: libro Il Palpa
Rizzoli

Una promessa del tennis italiano persa tra droga e alcol negli anni ’80. Una tragedia ma anche una storia di riscatto da riscoprire

Roberto Palpacelli è un campione mancato e allo stesso tempo un uomo miracolato. Un talento precoce del tennis negli anni ’80 con una strada persa tra l’eroina – scoperta da giovanissimo – e l’alcol. La sua storia si inserisce nel filone delle biografie sportive più avvincenti. Come Open di Andre Agassi, anche l’Italia ha la sua icona in terra rossa. Oggi la sua vicenda, che sa di provincia meccanica, grazie a una penna finissima che la riscopre, diventa epica umana, metafora di lotta e di riscatto esistenziale.

La storia del Palpa è raccontata a quattro mani da Federico Ferrero, giornalista che per primo sul cartaceo de Il tennis italiano ne ha raccontato in parte la biografia, e che ora ha scritto Il Palpa – Il più forte di tutti, libro uscito a inizio febbraio per Rizzoli.

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Ultimo aggiornamento il 22 Aprile 2019 22:07

La biografia sportiva del Palpa

Roberto Palpacelli è stato un promettente campione di tennis abruzzese. Già giovanissimo negli anni ’80 fece dire ad Paolo Bertolucci parlando con Adriano Panatta, allora direttore tecnico della Fit, “È mancino, la palla gli esce che è una meraviglia”. Così testimonia Ferrero nel suo articolo dell’aprile 2018 che ha dato vita al progetto letterario.

Ma il Palpa incontrò presto l’eroina, la sregolatezza di un corpo giovane e l’illusione del talento, che nonostante gli eccessi continuava ad obbedirgli sul campo. Il tennis professionistico non era il suo destino. C’è un solo dato ufficiale che rimane oggi: il 1.355, cioè un punto ATP, nel 1999. 

Quando aveva meno di 16 anni Panatta lo vede allenarsi e lo vuole in Nazionale per il ritiro. Ma lui non ci vuole stare nella rigida routine degli allenamenti, delle regole, dei cameroni condivisi. “A quindici anni fumavo già le canne. L’anno dopo feci il primo tiro, intendo di eroina, e il problema fu che mi piacque”.

Ci sono cronisti sportivi che lo vedono perdere un match perché comincia a fare gli smash con il solo manico. A 15 anni a San Benedetto del Tronto dopo l’allenamento passa il tempo con gli spacciatori, come racconta lui stesso. A 27 anni entra in comunità. Gli viene offerta l’occasione di giocare in India, si spende tutti i soldi degli sponsor in 16 giorni, perde chili e chili. Poi i problemi con l’alcol, gli aneddoti, alcuni quasi leggendari, i lampi di luce come quando nel 2012, è parte del CT Mosciano, nel Teramano e sfida Adriano Albanesi, trent’anni, tennista in piena forma. Perde il primo set e poi vince il secondo e il terzo, dominando e fumando Malboro a bordo campo. Ora a 48 anni vive a Pescara, insegna tennis al mattino, ha una moglie e un figlio. E sì, lotta ancora. Per far quadrare i conti, lontano dalle dipendenze, ma con davanti altre battaglie.